Google+ La Natura che ci circonda

sabato 14 aprile 2018

Crogiolandomi al sole

Non credo che esista peggior nemico dello studio di una bella giornata di sole, con il venticello fresco che accarezza il viso e il profumo di fiori di campo. Sono qui seduta in giardino (che attualmente sembra più una prateria, non avendo tagliato l'erba) nella pace più assoluta, rilassata, a mezze maniche, con una voglia indefinibile di sdraiarmi sull'erba e dormire. La primavera mi porta una pigrizia indescrivibile, ma sebbene la campagna sia immersa nel silenzio, in realtà intorno a me è tutta frenesia lavorativa. Non ci credete? Ve lo dimostro subito, ecco qui:






Eccole qui, le piccole instancabili lavoratrici. La società delle api andrebbe presa a esempio da quella umana: si lavora insieme per il bene comune e le decisioni si prendono all'unisono. 
Sapete come funziona un alveare? In breve c'è un'ape regina che viene accudita dalle altre api, le operaie, tutte femmine. L'ape regina è l'unica che depone le uova, mantenendo sterili le altre api tramite feromoni. Le operaie non sono tutte uguali. Per i primi 21 giorni dalla nascita lavorano intensamente all'interno dell'alveare. Appena nate si mettono subito a lavoro, così troviamo le api pulitrici, che mantengono pulito l'alveare; le nutrici, che sviluppano le ghiandole per la produzione di pappa reale; le produttrici di cera; le immagazzinatrici, che ricevono il cibo dalle bottinatrici, tramite la trofallassi; le guardiane, che volano davanti all'alveare per proteggerlo da incursioni esterne di altre api  (saccheggio) o di altri insetti potenzialmente pericolosi, come ad esempio i calabroni; le ventilatrici, che battendo le loro ali deidratano il miele e mantengono stabile la temperatura all'interno dell'alveare. In questa stagione vengono allevati i fuchi, ovvero i maschi, che nascono da uova aploidi e hanno il compito di fecondare la regina (e tralascierei quanto è complicato l'accoppiamento), che così depone uova per allevare altre operaie, fino a quando l'alveare diventa "troppo affollato" e la regina si prepara a sciamare. Per fare ciò lascia tutto pronto affinché la famiglia possa continuare senza di lei. Le api allevano nuove regine per sciamare e creare nuovi nuclei fino a quando,  diciamo così, la famiglia di partenza ha di nuovo abbastanza spazio. E quelle che hanno sciamato cosa fanno? Cariche di miele, si piazzano su un ramo o un punto che le aggrada e in ogni direzione partono le esploratrici, che quando trovano un posto idoneo per costruire il nuovo alveare tornano a chiamare le colleghe, così che altre esploratrici possano esaminarlo. Se piace la famiglia si trasferisce lì e se non piace si ricomincia finché non trovano un posto che piaccia a tutte o optino per restare nel punto in cui hanno sciamato. Io trovo che sia una cosa bellissima! E un'emozione indescrivibile è trovarsi nel bel mezzo di uno sciame di 10.000 o 20.000 api in volo. Niente paura! Le api che sciamano non sono aggressive, perché sono cariche di scorte alimentari. 
Allo stesso modo trovo incredibile che anche dei piccoli insetti come le api possano insegnarci ad avere cura dei più piccoli. Cosa voglio dire? Faccio un esempio:
Qualche giorno fa mia sorella mi ha chiesto aiuto per recuperare tre sciami delle sue api. Due li abbiamo presi senza problemi, mentre il terzo, che si era posato sul tronco principale di un pero selvatico, ci ha fatte impazzire. 



Non riuscivamo a prenderlo in nessun modo finché, dopo alcuni tentativi in cui le api tornavano imperterrite sul tronco, le è venuta in mente una cosa. Ha preso un telaino con covata fresca da un'altra famiglia e l'ha avvicinato agli insetti adulti che, dal tronco, hanno cominciato a trasferirsi sul telaino. Spostato questo nel portasciami, lo ha posizionato in modo accessibile allo sciame e in poco tempo tutte le api sono entrate iniziando ad accudire la covata. Nemmeno le api abbandonano i cuccioli, anche se sono di un'altra famiglia. 



Certo, nella società delle api ci sono anche lati molto meno romantici, come il fatto di smettere di nutrire e lasciar morire di fame la regina quando non la ritengono più adeguata o il fatto che, al di fuori del periodo della sciamatura, la prima regina che nasce uccida tutte le altre  (infatti questa è l'unica tipologia di ape ad avere il pungiglione liscio, come quello delle vespe), ma anche questo gli occorre per mantenere in piedi le loro famiglie, con le quali sono praticamente un unico organismo. In ogni caso si tratta di insetti importantissimi, poiché sono fra i principali impollinatori delle piante e l'impollinazione è alla base della riproduzione vegetale. Circa il 75% della produzione agricola necessaria per l'alimentazione dipende in parte da questo delicato processo (fonte todai.it). In pratica i vegetali che coltiviamo esistono anche grazie alle api, che ne favoriscono la riproduzione, trasportando il polline di fiore in fiore, imbrattando con questo la loro soffice peluria e passando da uno all'altro. E voi dovreste vedere quanto sono buffe le api bottinatrici quando svolazzano con le "sacche" che hanno nelle zampe posteriori (corbicula) carichi di polline e miele, che poi vanno a depositare ordinatamente nelle cellette dei favi (il polline) o consegnano a altre api per farci il miele (il nettare).  Le bottinatrici però raccolgono anche propoli e acqua. Osservando le api nell'arnia si potranno notare alcune api che "ballano", muovendo il posteriore in modo ben preciso. Quel movimento serve a comunicare alle altre bottinatrici, a che distanza e in che direzione possano trovare grandi scorte di polline, nettare, propoli o l'acqua.

Le api ci forniscono miele, propoli, pappa reale e cera, ma la loro importanza principale, per l'uomo e non solo, dipende da ben altro: la campagna, la montagna, la collina, le dune costiere sono ricche di flora che non potrebbe esistere senza gli impollinatori e senza le piante non potrebbero esistere nemmeno gli animali, uomo compreso. In alcune aree del mondo, dove a causa dell'impatto umano (pesticidi, agricoltura intensiva, cambiamenti climatici, importazione accidentale di parassiti e malattie, ecc.) gli insetti impollinatori sono scomparsi o quasi, gli uomini devono effettuare l'impollinazione artificiale, poiché la mancanza di queste creature vuol dire carenza di cibo. Personalmente mi auguro di cuore che non diventi il mestiere del futuro.
Purtroppo l'uomo (volutamente scritto in piccolo) ha l'abitudine di chiudere il recinto solo dopo la fuga dei buoi, tuttavia, una volta fatto il danno non è detto che sia sempre possibile rimediare.
Le piante ci danno ossigeno, assorbono anidride carbonica, ci danno cibo, abbassano la temperatura, trattengono il terreno evitando il dilavamento e rendono più bello e colorato il mondo (e anche un po' pruriginoso per gli allergici, ma dai, possiamo farcela); le api e gli altri impollinatori permettono che le piante proliferino, e con esse la vita, al prezzo di un po' di nettare. In fondo non mi pare  uno scambio disonesto.


venerdì 23 marzo 2018

Riciclo creativo: lanternine con vasetti di vetro

Che io sia masochista non è una novità, ma a questo si è aggiunto il sadismo degli altri volontari WWF che in quanto a idee autolesioniste, devo dire, non scherzano. Il tema di Earth hour quest'anno era la pedalata ecologica ma,  come ho già detto qui, Catanzaro è tutta salita e discesa e le biciclette probabilmente ce le avrebbero servite per cena. Dovendo trovare un'idea alternativa ho chiesto al gruppo di spremere le meningi per farsi venire in mente qualcosa e di proporre qualsiasi cosa gli venisse in mente. Boccaccia mia!
La trovata giusta ce l'ha avuta una new entry del gruppo, giovane e (ringraziando il Signore grande) entusiasta e attiva: "facciamo una fiaccolata e facciamo noi le lanterne riciclando i vasetti di vetro". Andata! L'idea mi è piaciuta da morire, in fin dei conti di vasetti vuoti ne avevo un sacco  (non li ho contati, ma penso che fossero almeno una sessantina) e altri li avremmo potuti recuperare dagli amici. Il risultato? Sono le 2:47 del 23 marzo, mi è passato il sonno è fino a un quarto d'ora fa cercavo di inventarmi qualcosa per utilizzare i pochi materiali rimasti dopo aver riciclato praticamente di tutto, a partire dai legacci delle provole  (il mistero del motivo per cui mia madre li abbia conservati non avrà mai una risposta certa) ai pendagli dei cuscini del salotto staccati dai nipotini nel corso degli anni  (non sto scherzando). 

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla mia pazzia, alle 2:20 del mattino mettevo cravatte ai vasetti.


Come avrete capito, in casa mia non si butta nulla, salvo quando ci vengono i raptus da mancanza di spazio. Sono quattro anni che riciclo gli stessi nastri da regalo (ovviamente fra parenti) e quando ci riesco anche la carta stessa, eppure nella maggior parte dei casi conserviamo tutto e resta lì nei secoli a venire in attesa che il bisnonno dello zio d'America ci venga in sogno per indirizzarci sul corretto modo di riutilizzare questo e quello;  peccato che noi non abbiamo nessuno zio d'America.

Be', in questo caso l'ispirazione è arrivata, non in sogno ma tramite Whatsapp.
Ciò che ora sto cercando di fare è incentivare chi è interessato a partecipare all'Earth hour a costruirsi le lanterne da solo, in modo da incentivare il riciclo. Non è difficile, ci vuole solo un pochino di manualità, nemmeno tanta, e gli attrezzi giusti; qualche minuto di tempo e potremo godere dello spettacolo del cielo notturno, illuminati solo dalla tenue luce delle candele.



Ci sono due metodi possibili: con l'impalcatura in fil di ferro o solo con i lacci. Io uso il primo.
Prima di tutto prendo le misure del fil di ferro lungo la circonferenza del margine superiore  del vasetto, tagliandolo un centimetro più lungo. Poi taglio il secondo pezzo di fil di ferro, più lungo, per fare il manico della lanterna. Con l'aiuto di una pinza piego le due estremità del filo e le "avvito" per formare l'occhiello in cui far passare il sostegno da agganciare al vasetto.


Una volta pronti entrambi, faccio passare all'interno di uno dei due ganci un'estremità dello spago o del nastro con cui voglio decorare il manico e, fermandolo, attorciglio il materiale per tutta la lunghezza del fil di ferro, fino a inserire l'altra estremità nel secondo occhiello.



Fatto ciò, prendo il primo pezzo di fil di ferro che ho tagliato, quello che voglio usare come sostegno intorno al vasetto, e lo inserisco nelle due estremità del manico. 


Una volta preparata l'impalcatura, la applico al vasetto di vetro, sempre con l'ausilio della pinza, stringendo quanto basta perché il tutto sia ben fermo e tagliando il fil di ferro in eccesso.



A questo punto prendo il nastro, lo spago o il tessuto con cui ho deciso di decorare il vasetto e lo applico intorno al bordo superiore, fissandolo in modo da coprire l'impalcatura.
Trattandosi di riciclo creativo cerco di adattarmi con quello che ho a disposizione a casa, in questo caso un nastro di stoffa, per niente facile da fissare (e infatti è venuto una porcheria, ma ve lo faccio vedere ugualmente, così saprete da subito cosa non fare).

Giuro che dal vivo non è così brutto!


Se il risultato è soddisfacente non resta che inserire la candela e il gioco è fatto.
Per decorare questi vasetti l'unico limite è la fantasia. Se si hanno i materiali e il tempo a disposizione si possono fare davvero cose carine. Io ne ho fatti di vario tipo, alcuni secondo me ben riusciti, altri un po' meno. Ho provato anche con la carta di un vecchio "Panda", la rivista del WWF, che conservavo in attesa di riciclarlo. Il risultato non è entusiasmante, ma secondo me lavorandoci e applicandocisi un pochino, anche in questo caso possono venir fuori cose carine.


Se aderite a qualche Earth hour in giro, perché non portare la vostra lanternina fai da te? Aspetto di vederle, ma nel frattempo, spegnete le luci.
#connect2earth

giovedì 15 marzo 2018

Earth hour 2018

Sapete cos'è l'Earth hour? Letteralmente è "l'ora della terra", ovvero un evento a livello mondiale che si svolge in tutto il mondo e, laddove sia possibile, nello stesso preciso momento. Consiste nello spegnimento, per 60 minuti esatti  (ma se poi uno vuole prolungare ben venga) di tutte le luci di case, giardini, piazze e monumenti importanti in tutto il pianeta, ma soprattutto consiste in un segnale. È un gesto simbolico per la lotta ai cambiamenti climatici e per la riduzione dei gas serra; lo scopo è quello di accentuare l'attenzione sull'importanza di affrontare questi temi. C'è chi dice che effettivamente funzioni, abbassando notevolmente le emissioni prodotte in quell'ora, c'è chi dice che non funzioni, fattosta che il gesto è importante e che pur se riducesse le emissioni di anidride carbonica solo del 2% in quell'ora, comunque sarebbe sempre più di niente.




Quest'anno in Italia si svolgerà sabato 24 marzo dalle 20:30 alle 21:30. In quell'orario siete tutti a cena? Meglio! Una bella cenetta a lume di candela con tutta la famiglia o, dove fa freddo (quindi qui decisamente no visto che siamo già in maniche corte), davanti al caminetto. Ma, ancora meglio, invece di stare in casa partecipate alle manifestazioni nella vostra città: nella sezione apposita del sito dell'Earth hour trovate la mappa con gli eventi in Italia.
L'evento principale, quello organizzato a Roma, sarà una biciclettata; gli altri Comuni possono aderire al tema o meno. A me sarebbe piaciuto molto, ma Catanzaro è tutta salite e discese e le biciclette ce le avrebbero tirate in testa, per cui abbiamo ripiegato su visite guidate a piedi della fauna e della flora del parco, un breve intervento sui cambiamenti climatici (che tocca a me), un gruppo storico che si esibirà con sbandieratori, giocolieri e mangiafuoco e una fiaccolata nel parco con le lanterne fatte utilizzando vasetti di vetro (di marmellate, conserve, ecc.) riciclati, il che farà sì che le lanterne siano diverse fra loro, ma almeno evitiamo che vengano buttati i recipienti. Dovremmo allestire anche un banchetto con qualche gadget (chi mi segue su G+ forse ha visto le foto di qualche esperimento).
Grazie all'interesse dell'Amministrazione Provinciale, che già in passato ha aderito all'iniziativa, alle 20:30 tutte le luci del Parco della Biodiversità mediterranea verranno spente e accenderemo le candele. È il primo evento che organizzo per il WWF e sono terrorizzata ed eccitata allo stesso tempo.  Il tutto dovrebbe essere molto suggestivo e non vedo l'ora di vederlo in atto. E voi, non siete curiosi? Noi "del panda" vi aspettiamo in tutta Italia per spegnere le luci insieme, per il nostro pianeta; non mancate! #connect2earth

lunedì 5 marzo 2018

Medicina veterinaria che non c'è

In attesa dei risultati elettorali riprendo in mano il blog per spiegarvi quella famosa crisi universitaria che vi ho accennato. Ora, premetto che se sono fuori corso la colpa non è tutta di questa situazione assurda, ma anche della mia scarsa voglia di studiare,  di varie situazioni personali, nonché dell'anno perso durante il servizio civile. Quell'anno smisi di seguire i corsi e sostenni pochissimi esami. Ero già all'università da tre anni e con un cambio di facoltà alle spalle, ma non aveva senso seguire i corsi a metà, visto che medicina veterinaria ha l'obbligo di frequenza; "recupererò l'anno prossimo", mi dissi. Non potevo certo immaginare che al mio ritorno non avrei più trovato il CDL, sospeso perché l'ateneo non aveva voluto mettersi in regola con alcune condizioni previste per Medicina Veterinaria (dicono). Comunque non è del tutto vero che la questione passò nell'indifferenza generale, come scritto qui sotto, qualcuno disse la sua


Da quel momento in poi, in ogni caso, è stato un crescendo di situazioni assurde e paradossali.
Medicina Veterinaria, che da noi era un Corso di laurea e non una Facoltà, come già detto ha l'obbligo di frequenza, ma i corsi iniziarono ad essere soppressi dal primo all'ultimo, anno per anno (il primo un anno, il secondo il successivo e via discorrendo). E chi non riuscì a superare quello a cui era iscritto? Per non perdere i corsi seguì comunque quelli degli anni avanti, pur non potendo burocraticamente e non avendo le basi necessarie per capirci qualcosa (pensate che vuol dire seguire le lezioni di anatomia patologica senza aver prima studiato anatomia e patologia generale).
Per non rischiare di trovarci nei guai dopo, alcuni di noi inviarono una richiesta scritta perché venissero convalidate le frequenze in ogni caso e per poter successivamente sostenere gli esami e il tirocinio; in caso contrario chiedevamo che ci venissero riattivati i corsi (ahahah). Tutto tacque. Due anni dopo venimmo a sapere, per via ufficiosa, manco ufficiale, che eravamo stati autorizzati, con una delibera mai comunicata, anche a seguire il tirocinio del V anno. E chi non aveva scritto e aveva frequentato i corsi mentre era ancora iscritto al IV? Secondo loro avrebbe anche potuto attaccarsi al tram, ma fortunatamente, con l'intercessione di un docente in particolare e il movimento di alcune studentesse particolarmente arrabbiate, la cosa si risolse diversamente.
Questa, però, è solo una delle assurdità; una delle ultime. 
Intanto c'è da dire che, per buona parte, la colpa di ciò che si è verificato è di noi studenti che siamo stati a guardare per troppo tempo. Qualcuno si mosse all'inizio, quando io ero impegnata con il servizio civile, in modo poco convinto, ma siamo sempre stati quattro gatti all'università (considerate che quando i posti erano "tanti" si entrava in 25; l'anno che ho superato i test io, se non ricordo male, c'erano 11 posti, o forse  15, ma sempre pochissimi). Alla fine, quando rimanemmo senza corsi, senza tutorati, senza docenti e senza esami, ci girarono un po' i "crediti formativi" e decidemmo di cominciare a muoverci in modo un pochino più convinto. Sì, sì, avete capito benissimo: senza docenti e senza esami. I primi, siccome il nostro corso di laurea dipendeva da Napoli e la maggior parte venivano da lì, ad un certo punto si videro scadere i contratti e buona parte smise di venire dall'ateneo campano (se non come gentile concessione verso noi studenti disperati, per pietà, per senso di responsabilità o per non vedersi più la casella email intasata); i secondi, non essendoci i docenti, o venivano fissati tardissimo con commissioni di altri professori (tipo esami fissati per la settimana successiva, quando la sessione era già iniziata da giorni) o, se non c'erano sostituiti, non venivano proprio fissati. Ovviamente lo scadere dei contratti dei docenti non creava solo problemi per gli esami, ma anche per la tesi di laurea: io, per esempio,  vorrei tanto farla con il professore di patologia aviare come relatore, ma non posso perché gli è scaduto il contratto.
Ah, dimenticavo: fra le cose che non avevamo più c'erano pure le aule. Non posso scordare un episodio che tutt'oggi mi fa salire il sangue al cervello: un bel giorno, mentre facevamo lezione di fisiologia veterinaria, iniziata da mezz'ora, bussarono alla porta dell'aula. Era un professore di medicina, con la sua classe, che ci chiese per quanto ne avessimo. Il nostro docente gli rispose che non avremmo finito prima di un paio d'ore e quell'altro, non so dire se arrogante o imbarazzato, disse che l'aula gli serviva perché era stata assegnata a loro, perché quella di medicina era stata occupata per una conferenza e quindi gli avevano dato la nostra. Io non mi sarei mossa nemmeno sotto tortura, ma decidemmo di andare in massa dall'allora manager didattica (che dire "segretaria" suona brutto). Questa brava donna ci disse che non si trattava di discriminazione, ma se a medicina serviva la nostra aula dovevamo alzarci e lasciargliela. Ho ancora impressa la faccia attonita del Professore, che rimase interdetto, senza avere la forza di rispondere. Io, dal canto mio, non so come mi sono trattenuta, verbalmente e fisicamente; probabilmente fu perché non ero all'interno del suo ufficio, ma ancora oggi, pensandoci, mi prudono le mani. Purtroppo il docente era troppo buono, un pezzo di pane che non meritava assolutamente questo trattamento. Fosse stato un altro che ho in mente, la signorina starebbe ancora scappando, piangendo; ma probabilmente con lui non avrebbe osato.
Tralasciando questo episodio e tornando alla situazione del corso di laurea, che come avrete capito non era delle migliori, gli studenti, ovviamente, cominciarono a non essere esattamente felici della situazione.
Come succede sempre, si mosse attivamente solo una manciata di ragazzi e, in particolare, io e una mia collega che viviamo più vicine all'università e che avevamo deciso che se non ci fossimo laureate sarebbe stato solo perché ce l'avrebbero fatta pagare ("tanto non mi laureo lo stesso, tanto vale non farlo per aver creato problemi"); abbiamo rotto l'anima all'universo creato (dal manager al preside di facoltà; il rettore non ci ha mai ricevuti, né ha mai mostrato un particolare interesse per la situazione), tanto che ad un certo punto iniziarono strani suggerimenti da parte di alcuni docenti ad alcuni colleghi, che si spaventarono e smisero di agire. Già ci muovevamo in pochi, visto che gli altri, forse per paura, forse per pigrizia, "non erano interessati" (e ammetto che a questa risposta la voglia di sbatterli con la faccia al muro fu forte visto che poi si lamentavano per la situazione), poi rimanemmo in quattro gatti; quei quattro gatti da cui, quando qualche professore tentava l'approccio del consiglio "intimidatorio" e/o di farci ragionare e smettere di fare casino ("vi parlo come un padre"), si sentiva rispondere regolarmente a tono ("ce l'ho già un padre e vuole che mi laurei!").
Provai a spiegare in tutti i modi ai colleghi che se avessimo fatto casino avrebbero fatto di tutto per farci togliere dai piedi in fretta, ma il discorso lo recepirono solo in cinque, per cui ci muovemmo in sette (di cui una poi si è pure trasferita). Il risultato però fu che per un anno abbiamo avuto esami tutti i mesi, perché c'eravamo sempre noi a fare richieste per le sessioni straordinarie, tant'è che in 12 mesi, da giugno a giugno, riuscì a fare 10 esami. Come ci siamo stancate noi si è ritornati a fare solo le sessioni ordinarie (ma mica si può pensare di far fare casino per un intero corso di laurea a sei persone) e considerando che adesso siamo tutti in crisi, non ho nessuna intenzione di richiedere altre sessioni straordinarie, almeno per il momento.
Ad onore del vero, però, devo dire che non siamo state completamente sole, anzi: un'amica avvocato (e politica) ci aiutò a scrivere e ci mise in contatto con l'associazione studentesca dell'Ateneo di Reggio Calabria, i cui rappresentanti ci dimostrarono la loro solidarietà, e in seguito l'associazione degli studenti del nostro ateneo, i ragazzi della Rete universitaria nazionale (RUN), ci hanno veramente sostenuti e aiutati, mettendo in mezzo anche l'altra parte politica, con il consigliere regionale A. Bova, che si impegnò a cercare di risolvere la questione.
Mandammo decine di richieste scritte (all'ufficio protocollo ormai ci chiamano per nome), fatto una richiesta di accesso agli atti (caduta nel vuoto) e ci rendemmo anche disponibili a fare gli esami a Napoli, purché ce li facessero fare. Tutto tacque. Ogni tanto qualche docente cercava di tenerci buoni, ogni tanto il calendario degli esami sembrava uscire prima  (sempre con aggiornamenti imbarazzanti), ma la situazione, in sostanza, restava sempre la stessa.
Io e la mia collega più battagliera tentammo più e più volte di parlare con il Direttore Generale del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo, senza mai riuscire a superare lo sbarramento della sua segretaria, dapprima gentilissima e in seguito alquanto ostile. Insomma, dai vertici dell'ateneo la voglia di collaborare sembrò pari allo zero, ma, prima che potessimo arrivare dalla zelante segretaria con avvocato e carabinieri  (evidentemente sapendo che non ci sarebbe mancata la faccia per farlo), qualcuno mi telefonò per rassicurarci sul fatto che la situazione si sarebbe risolta a breve e dovevamo solo avere pazienza e pensare a studiare  (frase che mi fa salire l'isteria). In realtà si mosse ben poco ancora per un bel pezzo; un bel giorno, però, qualcuno fece uscire un articolo di giornale, subito ce ne fu un secondo e due studentesse furono invitate a parlare della situazione di medicina veterinaria alla radio dell'università. Magicamente, un paio di giorni prima della trasmissione radiofonica, il gruppetto di guerrafondai fu convocato in università e, più o meno, la situazione si risolse. Diciamo che andrebbero sempre presi tutti a cazzotti, che i docenti non sono quelli con cui abbiamo seguito i corsi, che i tutorati e le lezioni continuano a non esserci, che avere un programma è un'utopia, ma almeno dovremmo riuscire a laurearci. Il problema è che nel frattempo ci siamo stancati, inimicati alcuni docenti, alcuni hanno messo su famiglia e tutti abbiamo i nostri problemi, per cui abbiamo rallentato tutti quanti. Ovviamente non perdono occasione per farcelo notare, ma a trent'anni ci sta pure che una persona, ormai, abbia sue questioni personali e familiari da gestire. Non ci avessero fatto perdere tanto tempo e sprecare tante energie magari ci saremmo anche sbrigati prima. Arrivare a portarsi un avvocato come testimone per un esame, penso sia la sintesi perfetta dello stato di stress e rabbia che ci hanno fatto raggiungere.
La parte più bella è che oltre a pagare le tasse, che ovviamente aumentano e per i fuori corso sono maggiorate di una notevole percentuale, paghiamo pure 140€ di tassa per il diritto allo studio. A me questa pare sempre di più una presa in giro!
Qualcuno comunque continua a parlarne e chissà che un giorno non si riesca a far riaprire la facoltà di medicina veterinaria in una regione a prevalente attività zootecnica come la nostra.  Intanto è bene che questo scempio si sappia e non venga dimenticato, anche perché, chi di dovere, dovrebbe vergognarsi di guardarsi allo specchio.
In ogni caso spero che i vertici non pensino che sia finita qui, perché non è così: ci stiamo solo riposando, pronti a ripartire se le cose dovessero peggiorare ulteriormente.

martedì 27 febbraio 2018

Breve considerazione felina

Eccomi qui, sono Tempesta, la gatta trovatella che teoricamente doveva restare in questa casa "solo il tempo delle cure". Effettivamente non vivo in casa, ma in giardino. In questo momento sono in braccio alla mia bipede, accoccolata, facendo le fusa, mentre lei, invece di ripetere per l'esame di dopodomani è in brodo di giuggiole per le mie dichiarazioni d'amore. Amore, sì! Voi umani siete convinti che solo i cani vi vogliano bene, ma non è così. Certo, noi gatti lo dimostriamo in modo diverso, spesso, ma se voi ci mostrate il vostro affetto sincero anche noi lo facciamo. Secondo voi non è affetto quando vi seguiamo dappertutto? Quando vi facciamo il pane addosso? O quando ci strusciamo contro di voi per marcarvi come nostra proprietà? O, ancora, quando vi portiamo la cena, anche se voi non sempre gradite? E quando vi mostriamo tutta la nostra fiducia, accettando le vostre coccole sul ventre, ponendoci a pancia in su? Anche i morsetti leggeri sono un segno del nostro affetto.
Oggi la mia bipede è tornata a trovarmi, dopo tanti giorni che, per via del maltempo, non ci vedevamo. Lei dice che è venuta a cercarmi anche domenica, ma io non l'ho vista. Pioveva tanto e mi stavo nascondendo al riparo. Come ho sentito arrivare la macchina le sono corsa incontro piena di felicità e le sono saltata addosso strusciandomi tutta contro di lei e chiamandola a gran voce. Ora ci stiamo facendo le coccole davanti alla stufa a gas, vicino ai cani che dormono e io non vorrei essere da nessuna altra parte (e secondo me nemmeno lei). 
Pensateci bene quando dite che noi gatti siamo opportunisti e non ci affezioniamo a voi bipedi. Siamo più indipendenti dei cani, ma ci fa tanto male quando andate via o ci lasciate. Ricordatelo sempre!
Miao miao.




P.S. Tempesta si è spostata a dormire sul divano e io riprendo possesso del mio Blog. Questa micia mi ha aspettata il giorno in cui doveva partorire, non permettendomi di allontanarmi da lei e partorendomi in braccio. I gatti sanno essere affettuosi come e forse anche più dei cani e anche loro si legano incredibilmente al loro amico umano.
Un amico a quattro zampe, che scodinzoli o faccia le fusa, è il migliore amico che possiamo avere. Non tradite il suo affetto! Fra poco arriverà la prima vera e dopo l'estate. Cominciate ad organizzare le vostre ferie da ora, così da poter portare anche loro con voi. Ci sono posti che accettano di buon grado gli animali. Non li abbandonate mai! Fanno parte della vostra famiglia e voi siete per loro la cosa più importante che esista. 
Con questo post, in vista delle vacanze estive, dico semplicemente: Io non ti abbandono! 
Chiunque voglia condividere il messaggio è il benvenuto. 


mercoledì 7 febbraio 2018

Il cane clinico (ovvero un caso ingarbugliato)

Sì, lo so che avevo detto che sarei entrata in pausa, ma tanto l'esame di domani è saltato e io ho bisogno di schiarirmi un po' le idee.
Io non ho un cane, ho una sfiga pelosa a quattro zampe! 
Giorno 25 gli avevo finalmente finito l'infinita terapia antibiotica, ma non convinta gli ho fatto ripetere l'ematocrito. I globuli bianchi ancora alti, ma decisamente scesi, mi davano il desiderio di continuargli la terapia, cosa esclusa perché gliela avrei fatta troppo a lungo. Anche se non ero convinta, ho interrotto tutto e via, come detto dai medici, anche se stavolta non lo vedevo completamente ripreso  (e l'esame del sangue era d'accordo con me). Dopo 5-6 giorni che sembrava andare più o meno bene,  ha smesso di alzarsi per venire a mangiare e alla fine, dopo averlo forzato, ho optato per l'avvicinamento della ciotola  (finito con il mangiare dalla mia mano e l'acqua con la siringa). 
Negli ultimi giorni non c'è più stato verso nemmeno di fargli fare le scale da solo a salire (con grande felicità della mia schiena) e ieri mattina l'ho fermato in tempo prima che precipitasse per la scala mentre uscivamo. Siccome ha anche in parte rifiutato il cibo, gli ho misurato la temperatura e aveva di nuovo la febbre alta, 39.7 per la precisione. Nel pomeriggio, quindi, siamo di nuovo andati dal veterinario a fare le analisi e, ripetendo l'ematocrito, gli abbiamo trovato i globuli bianchi più che raddoppiati.
Ora, la veterinaria ha deciso di cambiare completamente terapia. In effetti dopo le iniezioni la temperatura è scesa a valori normali (fortunatamente), per ora, solo che in questo modo la situazione si è incasinata di nuovo e ho le idee più confuse che mai e un livello di stress indescrivibile. Le ipotesi sono tre:
  1. La patologia non è dovuta ad un'infezione da zecca come pensavamo, cosa che per logica escluderei visto che la Leishmaniosi è negativa e, in tutti gli altri casi di malattie infettive che rispondono alla terapia fatta fin'ora,  avrebbe già infettato Otto (e, trattandosi di zoonosi, anche me). In tutta questa storia, però, di logico non c'è niente. 
  2. C'è una concomitanza di due diverse problematiche, il che spiegherebbe perché la terapia fatta fino ad ora non ha riportato a posto i globuli bianchi. 
  3. C'è un'antibiotico resistenza in corso e il quadro è sballato perché la malattia non ha ancora fatto in tempo a ripartire bene dopo la terapia appena terminata, ma con i globuli bianchi a quarantacinque mila e la febbre a 39.7, questa ipotesi non mi convince molto. 

In sostanza, nessuno ci capisce nulla, come al solito. Dovrei fare degli esami più approfonditi, ma senza sapere cosa cercare è difficile.
L'unica cosa certa è che abbiamo escluso la neoplasia alla milza: le masse sono sparite con la terapia antibiotica. Già questa è una buona cosa.
Sembra che stia rispondendo all'antibiotico generico, cosa che all'inizio della malattia non faceva, il che mi convince sempre di più che ci sia un problema multifattoriale. In tutto questo, per non farsi mancare nulla, ha una spondilosi, una displasia dell'anca e, per non farsi mancare nulla, forse c'è pure un crociato che non funziona come dovrebbe. La condizione ideale per una casa come la mia, con tre rampe di scale.

Comunque sia pare che stia reagendo bene alla nuova terapia. Domani prima di andare ad assistere all'esame vedremo cosa diranno i veterinari. Speriamo bene!
Buona notte.

Maronn' che stress!

martedì 23 gennaio 2018

Metto in pausa

Cari amici followers, pochi ma buoni, io sono quasi guarita (spero) per cui è arrivata l'ora di rimettersi a studiare, visto che i primi di febbraio avrò un esame (tragedia e disperazione).
Riprendere dopo un (autodiagnosticato) esaurimento nervoso che mi ha portata a smettere quasi completamente con gli esami per un anno e più (sostanzialmente mi sono fritta i neuroni l'anno prima, facendo un esame dietro l'altro e arrivando a girare per casa piangendo e dicendo che non volevo fare l'esame di luglio e non riuscendo più a rimettermi a studiare) non è il massimo, ma fra i buoni propositi del 2018 c'è quello di dare un taglio netto alle vicende universitarie, quindi o riprendo bene o mollo del tutto. Preferirei la prima ipotesi, soprattutto dopo essermi inimicata tutti gli organi universitari possibili e immaginabili facendo la guerra per la nostra assurda situazione (non avete idea di cosa comporti ciò che è scritto in quell'articolo). Almeno ora che siamo (più o meno) riusciti a sbloccarla, datemi la soddisfazione di finire. E poi all'ultimo esame che ho fatto, completamente contro voglia, preparato con un pellegrinaggio a Loreto di mezzo e in un tempo ridicolo, ho preso 30, il che dovrebbe essere un segnale che se mi ci metto d'impegno ce la posso fare. Perché buttare tutto all'aria a 11 esami dalla fine? (Il fatto che sia un anno e mezzo che dico 13, 12 o 11 mi prende veramente, ma veramente male). 
In ogni caso, tocca rimettersi a studiare, almeno provarci. Fare il medico veterinario è il mio sogno fin da quando ero piccolina. Non mi sono mai lasciata scoraggiare nemmeno dai lati negativi sbandierati da chi questo mestiere già lo fa (tutti i lavori hanno un lato negativo, no? Persino quelli in cui guadagni 50.000 o più euro al mese, per quanto possa sembrare incredibile, ce l'hanno).
Siccome io questo sogno non lo voglio rinchiudere in un cassetto a tripla mandata e buttare la chiave, allora è arrivato il momento di darci di nuovo dentro e friggere quei due o tre neuroni che sono scampati alla precedente padellata.
Metto tutto in stand by e mi butto di nuovo nella mischia.

Questa foto (che io adoro) è presa da qui

Non mi andava di continuare ad essere  completamente assente, per cui ho programmato un po' di post su "Spiriti delle Natura", visto che la febbre di questi giorni mi ha ispirata particolarmente. Con "La Natura che ci circonda" sono momentaneamente in pausa (molto lunga, lo so e me ne scuso) per mancanza di argomenti e di concentrazione (che non si fa sentire solo nello studio, per questo l'exploit di Spiriti della Natura mi fa ben sperare) ma conto di tornare presto e tornare anche a visitare i vostri blog. 

Per chi proprio non sopporta il mio racconto a puntate mi scuso, per chi ancora non ha provato a leggerlo lo invito a provare cominciando dall'inizio (ovvero dalla presentazione) e di farmi sapere, sinceramente, cosa ne pensa (sono ben accetti anche gli insulti); per chi invece lo sta seguendo e gli piace, spero che apprezziate questa piccola carrellata di post. La storia non potrà andare avanti ancora molto, poiché essendo dedicata ai capostipite salta qualche decennio fra un avvenimento e l'altro, quindi inevitabilmente dovrò concluderla o spostarla sulla vita dei discendenti e poi intrecciare di nuovo tutte le storie (un gran casino, ma non impossibile). Vedremo. Dipenderà dal tempo a disposizione e dall'ispirazione.

Intanto vi abbraccio e vi do appuntamento a dopo gli esami.

P.S. probabilmente questo post sembrerà delirante e sarà pieno di errori. Abbiate pazienza: è scritto di getto e non l'ho riletto. Devo andare a studiare.
Ciaoooooooooooo!!!!

P.P.S. ah, dimenticavo. Con questo post partecipo a: