Google+ La Natura che ci circonda

sabato 30 giugno 2018

"L'autostoppista" inaspettato

Vi ricordate quando canticchiavo:

Ambarabà, cicì e cocò, 
una civetta si schiantò,
Contro il muro della casa 
Per tre volte c'è tornata.
Neanche il sabato in pace Sto, 
Ambarabà, cicì e cocò.

Ecco, ora la filastrocca è cambiata:

Ambarabà, cicì e cocò, 
La civetta s'infilò,
Sul semiasse della macchina,
Chi ci crede se non capita?
Come prenderla ora non so!
Ambarabà, cicì e cocò.


Sì, lo so che è assurdo, ma siccome il gattino nel motore era troppo banale, io sono passata direttamente allo step successivo: la civetta sul semiasse e poi, ovviamente, anche nel motore.



E voi direte: "ma come te ne sei accorta?"
Molto semplice l'ho vista e sentita entrare.
Come ricorderete sul tetto di casa mia ci sono famiglie di civette che fanno i festini  (se invece non ve lo ricordate ne parlai qui), motivo per cui ogni anno trovo dei pulli a terra (come Midnight e Moony); quest'anno non c'è stata nessuna eccezione, se non che a trovare la piccolina, mentre scendevo dalla macchina, è stato Otto,  il quale l'ha puntata facendola volare e rendendola visibile alla gatta che quindi l'ha inseguita. Io ho visto questo razzo piumato venire contro di me e infilarsi sotto la macchina e, giusto il tempo di dire "no, no, no!" scappando ad afferrare la gatta, ho sentito "tlunk" e la civetta non c'era più. Per riuscire a localizzarla sono passate 3 ore in cui speravo che uscisse sola, finché, inserendo il cellulare in uno spazio e scattando fotografie a casaccio, non ho realizzato che stava comodissima dove si trovava.



Quando, verso le 20:15, ho provato a guardare se fosse andata via, visto che stava tramontando il Sole, ho potuto constatare che non era più sul semiasse posteriore e che mi aveva comunque lasciato in ricordo una borra all'interno del vano. Che carina! Mamma e papà la fanno mangiare bene.



Stavo per andare via quando, fortunatamente, mi è venuto in mente di aprire il cofano e cercare anche lì, visto che non la trovavo da nessuna parte. Come da manuale, eccola infilata in punti inaccessibili. Ho fatto rumore, suonato il clacson, infilato le mani con la torcia per cercare di convincerla ad uscire, ma nulla. Alla fine ho sentito di nuovo il "tlunk", come se fosse uscita, ma niente, non la trovavo.  Dopo aver provato con l'acqua e cercato in ogni dove, finalmente l'ho vista svolazzare in fondo al giardino, andando a rifugiarsi al sicuro su un albero. A quel punto, controllato di nuovo sia il cofano che il semiasse per assicurarmi che non fosse un fratellino, ho finalmente potuto tirare un sospiro di sollievo: alle 21:05.
È stata davvero una giornata assurda e pensavo che una cosa simile non fosse possibile; d'ora in poi, tuttavia, prima di partire con la macchina starò attenta a controllare l'eventuale presenza di gattini... e di civette.

sabato 9 giugno 2018

La natura nei cartoni animati: Bambi e Princess Mononoke

Ispirazioni&co è ripartito alla grande, con un tema che amo: la natura? No, i cartoni animati, perché in fondo sono cresciuta ma nemmeno poi così tanto. Quando ero piccola l'appuntamento con il film di Natale che usciva in vhs era imperdibile: mio padre arrivava all'ora di pranzo con la viseocassetta del Classico Disney dell'anno e subito dopo mangiato eravamo tutti insieme sul divano davanti al televisore. Giocavamo a indovinare il cartone dalle battute del film è ancora oggi ne so buona parte a memoria (e tutt'oggi qualche sfida in famiglia ci scappa).
A dire il vero l'abitudine non l'ho mai persa e continuo tutt'ora ad andare al cinema a vedere i film d'animazione, a volte con la scusa di accompagnare i nipoti, ma molto più spesso con gli amici. Insomma, sono la mia seconda grande passione, dopo natura e ambiente.
È possibile andare a fondere le due cose? Be', sì. È possibile, soprattutto con un grande classico Disney (ma in realtà più di uno) e un bellissimo film di Hayao Miyazaki.
Il primo l'ho sempre adorato, anche se non riesco più a guardarlo da quando non trovo più quello con il doppiaggio originale del 1948. Ci saranno stati anche degli errori nel doppiaggio, ma io ero troppo abituata alla voce tremante del piccolo Bambi per tollerarne una, sempre di cucciolo, ma senza la stessa poetica insicurezza del piccolo, che si perde nettamente in quello del 1968. Senza contare che mi abituo alle voci e se mi si cambia il doppiatore me ne rendo conto immediatamente, con tutte le benedizioni conseguenti; ho seriamente odiato la Disney in quel frangente, per avermi rovinato uno dei miei Classici preferiti. Comunque, per quanto riguarda i dettagli tecnici di "Bambi", vi rimando a Wikipedia, che ne parla in modo super dettagliato.

Attenzione che da qui in poi "spoilero"! Poi, se davvero esiste ancora qualcuno che non lo ha mai visto,  non si lamenti. 


Credo che tutti conosciamo il cartone, nella cui storia originale il protagonista era in realtà un capriolo. Il tutto, infatti, è tratto da un romanzo (che prima o poi dovrò leggere) di Felix Salten, intitolato "Bambi, la vita di un capriolo".
Il cartone animato inizia con una grande frenesia nella foresta: è nato il principino e tutti gli animali vogliono accorrere a vederlo. Quando giungono sul posto ci viene quindi mostrata la madre di Bambi  sdraiata con il piccolo a fianco. Dopo le presentazioni iniziali in cui la mamma sceglie il nome, viene quindi raccontata la vita di Bambi nei primi giorni, quando, seguendo la madre in giro per la foresta, fa le sue prime esperienze e scoperte, incontrando nuovi amici, quali Tamburino, il piccolo coniglietto selvatico irriverente che mostrerà al piccolo cerbiatto una farfalla, gli uccellini ("-iiiniii") e i fiori e, appunto, Fiore, la puzzola conosciuta durante queste prime esplorazioni.


Rivoglio il doppiaggio originaleeeee! Questa roba del video non si può sentire 😢😢😢😢
Ahem... riprendo il controllo. 
Molto bella è la scena della pioggia nella foresta e la paura di Bambi al suo primo temporale, accompagnati dal brano "Pioggerella di primavera".
In seguito il nostro cerbiatto farà amicizia con la piccola Faline, sua futura compagna, e incontrerà i cervi maschi,  tutti piuttosto giovani a giudicare dai palchi, impegnati con evoluzioni e combattimenti fra loro. Tutti fighi, tutti bravi, finché non arriva il principe della foresta, nonché padre di Bambi, che con i suoi grandi palchi, il portamento fiero e lo sguardo che dice "levateve che arrivo io", blocca tutti al suo passaggio. Lui passa, guarda il piccolo Bambi, che non lo conosce e giustamente chiede alla madre "chi è quello?" e si inoltra nel folto del bosco, lasciando tutti a guardarlo, immobili come degli stoccafissi.
È interessante notare come la figura del padre sia vista come distaccata e fiera, ma sempre attenta a vegliare dall'alto sul figlio e la compagna, nonché sugli altri abitanti della foresta. Infatti, proprio in questo frangente fa capolino il cattivo del film, che non si vede mai, ma si percepisce in tutta la sua negatività. Il padre di Bambi rizza le orecchie, annusa l'aria e corre nella radura per allertare gli altri cervi. L'uomo sta arrivando!  Per la precisione stanno arrivando i cacciatori. E saranno proprio i cacciatori che, in seguito, dopo un rigido inverno in cui la madre insegna al piccolo come sopravvivere e dopo una esilarante pattinata sul ghiacchio in compagnia di Tamburino,  porteranno via a Bambi la sua mamma. Angoscia e disperazione in questa scena e la quantità di pianti all'arrivo del padre del cerbiatto che, con la voce leggermente spezzata ma sempre contegnosa,  comunica al figlio che "tua madre non tornerà più. L'uomo l'ha portata via!" (e qui la polemica, perché il cervo, nel doppiaggio originale, parla in un momento in cui dovrebbe stare zitto; chi se ne frega, aggiungo io, a me 'sta scena ha sempre dato i brividi).



E insomma, con un "vieni, figlio mio!" Bambi scopre che ha perso la madre ma che quanto meno ha un padre, così lo segue nel folto degli alberi. E poi che succede? Qui non è dato saperlo, ma lo racconta "Bambi 2", uno dei pochi sequel che mi siano piaciuti, che parte proprio da questo punto e racconta le difficoltà del Principe della foresta nel gestire il proprio cucciolo. Nel primo film, invece, dopo la morte della madre ritroviamo Bambi da grande, nel periodo primaverile, quando incontra gli amici, anche loro cresciuti. Insieme scoprono che a primavera quasi tutti "rincitrulluliscono" (ovvero, si innamorano), cosa che gli viene spiegata da un disturbatissimo amico gufo.

"Come, non lo sapete? Sono rincitrulluliti."
"Rincitrulluliti?"
"Sì! Quasi tutti rincitrulluliscono a primavera. Per esempio, tu te ne vai passeggiando, pensando ai fatti tuoi, senza curarti di guardare a sinistra o a destra, quando tutto d'un tratto il tuo sguardo si posa su di un musetto grazioso. Uuh! Ti incominciano a tremare le ginocchia, ti gira la testa, ti senti leggero come una piuma e, prima che tu te ne accorga, navighi tra le nuvole ed è allora che cominci a fare follie e perdi completamente la testa!"
"Oh, ma è spaventoso!"
"Mamma mia!"
"Terribile!"
"E questo non è tutto: può accadere a chiunque! Farete bene a stare attenti! Può accadere a te, a te e... sì, può accadere persino a te!"

La classica convinzione che "a me non capiterà mai" e uno dopo l'altro i tre amici si avviano testa alta e coda alzata dando le spalle al vecchio pennuto acido. Come da manuale, si "rincitrulluliscono" tutti e tre: Tamburino, con una sensualissima coniglietta, Fiore degli occhioni  blu (e il bacio) di una dolce puzzola e infine Bambi, che finisce sulle nuvole con Faline e se la deve pure contendere con un altro maschio, più grosso e più cattivo. Ma, essendo il principino, ovviamente vince lui. Tutti felici, dunque? Manco per niente, perché l'uomo come al solito fa danni e mentre tutti sono in piena frenesia amorosa primaverile, agli umani sfugge il fuoco e si incendia tutta la foresta. La Disney non deve avere molto in simpatia i cacciatori, perché oltre che dannosi li fa pure infami, quindi Bambi viene colpito da un colpo di fucile mentre scappa dalle fiamme e dai cani da caccia, dai quali aveva precedentemente protetto la sua bella. Come al solito arriva il padre a tirarlo fuori dai guai e lo aiuta a mettersi in salvo, anche se con modi un po' bruschi; tutti i superstiti insieme, una volta in salvo oltre il fiume, guardano la foresta andare a fuoco. Molto delicatamente i disegnatori ci fanno capire l'impatto di tutto ciò sullè popolazioni di fauna. Ma la vita deve andare avanti e, alla Primavera successiva, scopriamo i cuccioli di Faline e Bambi, il quale, ormai grande, raggiunge il padre nel suo "punto di guardia". Qui la storia si conclude con il maschio adulto che lascia il proprio posto al figlio. 

Ora, credo che non sia un mistero perché adoro questo cartone animato. A parte la perfezione tecnica, il mio spirito ambientalista non può non essere sensibile alla descrizione di una natura così bella, martoriata dalle attività umane; non tanto la caccia in sé e per sé, sebbene ne mostri il lato peggiore e il punto di vista animale, quanto l'incendio, la distruzione dell'habitat e la conseguente perdita di individui delle specie animali. Credo che faccia riflettere e credo che sia importante mostrarlo anche tramite un evento tragico come la morte della madre, tanto demonizzato dagli psicologi infantili. Non credo che nessuno di noi sia cresciuto traumatizzato dalla visione di questo film, ma forse ha potuto aiutarci a riflettere un po'. Certo, sperando di non ottenere l'effetto "tutti animalisti con la concezione Disney della Natura", perché quello non va bene. No, no!
Nella scena della prateria, poi, Bambi viene lasciato indietro e nascosto nell'erba alta dalla madre in esplorazione. Vi ricorda qualche cosa tutto ciò? Un aiutino lo trovate qui. Ovviamente sì, colgo l'occasione per ricordarlo: i cuccioli di cervo, daino e capriolo nascosti nell'erba non vanno toccati! No, no e ancora no. Nella vita reale non c'è il Principe della foresta a riprendersi il cucciolo, quindi se lo tocchiamo li condanniamo a morte.

Comunque, tornando a noi, se parliamo di fare riflettere, allora il compito lo lascio al secondo cartone animato che ho menzionato.


Me lo fece vedere quasi per forza il mio ex ragazzo, dicendomi che io ero fissata con la Disney ma Hayao Miyazaki era sicuramente meglio. Orrore e raccapriccio, come poteva dire una cosa simile? Proprio a me, poi? Sarà per questo che la prima volta che l'ho visto l'ho trovato "mmmh, sì, carino!". In seguito ho provato a riguardarlo mettendo da parte l'orgoglio disneyano ferito e con lo spirito ambientalista attivato e devo dire che è andata molto meglio. Non lo ritengo assolutamente un film per bambini, anche perché, al contrario dei cartoni animati Disney, il sangue si vede, pure parecchio, e le scene un po' traumatizzanti pure. Io sarò sensibile, ma, la prima volta che l'ho visto, un paio di punti hanno inquietato anche me, allora ventenne. C'è da dire, però, che non sapevo assolutamente che stile di animazione andavo a vedere.
Questo è un cartone ambientalista, che più ambientalista non si può e parla di come gli spiriti della foresta si scontrino con  gli uomini, che stanno distruggendo la montagna e la foresta per trarne le risorse per costruire armi in una ferriera, spingendosi anche in luoghi proibiti. La follia e la sfrontatezza umana alla fine portano a scontri, distruzione e morti. Per fortuna ci sono i buoni che fanno sempre la loro parte e alla fine risolvono turto.


*Spoiler mode on*

(N.B. Una parte della trama è allegramente scopiazzata da Wikipedia, perché questa è veramente complicata da raccontare e sintetizzare e inoltre non lo vedo da un po'. Mi perdonate?)


Il tutto inizia in un villaggio, Emishi, dove il principe Ashitaka si scontra con un demone che assale l'insediamento. Per proteggere sé stesso e la sua gente il giovane principe deve suo malgrado uccidere l'essere demoniaco, ma nello scontro viene toccato e colpito da una maledizione. Nei resti del demone ucciso viene trovata una sfera di metallo. Si scopre quindi che è stato il dolore causato da quel proiettile a trasformare lo spirito cinghiale in un demone. Consultata la sciamana che lo avverte che il maleficio lo condurrà alla morte, Ashitaka monta sul suo stambecco e lascia Emishi per dirigersi verso ovest, alla ricerca di una cura.



Durante il viaggio si imbatte nell'attacco di un villaggio da parte di alcuni samurai e, riuscendo a fuggire, incontra successivamente un monaco errante, Jiko, che gli spiega che ad ovest (da dove arrivava il demone cinghiale) vive un dio della foresta che potrebbe aiutarlo. Ashitaka riparte quindi alla ricerca del dio e si imbatte in due uomini feriti da tre lupi giganteschi, anch'essi, come il demone cinghiale dell'inizio della storia, spiriti animali. I feriti facevano parte di un convoglio diretto alla Città del ferro, dove si producono nuove armi; per fare ciò, gli uomini estraggono enormi quantità di ferro dalla montagna vicina. È proprio attraversando la foresta per dirigersi verso la città che il principe vede per la prima volta la "ragazza-lupo" San, cosiddetta "Mononoke". La ragazza è stata trovata e cresciuta da Mau,  lo Spirito-lupa, protettrice del bosco e quindi in conflitto con gli esseri umani.



Una volta arrivato alla città del ferro, Ashitaka conosce la signora Eboshi, padrona della città, dalla quale apprende della lotta tra gli abitanti e gli dei-animali, che ha causato la ferita dello spirito cinghiale Nago, trasformandolo in demone. Tuttavia la città è anche rifugio per tanti bisognosi, quindi il principe di rende conto che per quanto , la donna non può essere biasimata completamente.
Durante la notte "Mononoke" si introduce nella città cercando di uccidere Eboshi, ma Ashitaka, dopo avere scoperto che la maledizione gli ha conferito una forza sovrumana, pone fine allo scontro, tramortendo le due donne e ammonendo gli abitanti della città sui risultati delle loro azioni (ovvero la maledizione).


Lasciata Eboshi alle cure degli abitanti, Ashitaka porta via San, ma rimane ferito accidentalmente e, una volta fuori dalle mura, sviene. Mononoke, ripresasi, lo soccorre lasciandolo allo stagno frequentato dal dio della Foresta Shishigami, che lo guarisce dalla ferita ma non dalla maledizione.

"Puzzo di umano!"

Nel frattempo lo spirito cinghiale Okoto, insieme a tutta la sua stirpe, decide di attaccare in massa gli umani per mettere fine ai loro soprusi; a nulla serve il tentativo di Mau di fargli comprendere che un attacco frontale sarebbe una carneficina.
Nel frattempo si apprende che il monaco errante è in realtà un inviato dell'imperatore che ha il compito di recidere la testa del dio Shishigami, in quanto parrebbe avere il potere di donare la vita eterna al possessore.
Intanto Ashitaka, condannato a morte dalla maledizione, decide di lasciare la foresta e San, ma nell'allontanarsi sente i rumori dell'assedio alla Città del ferro da parte dei samurai del Principe Asano, reclamante dei diritti sull'area e quindi una percentuale di ferro. Avvicinandosi alle mura Ashitaka scopre la missione di Jiko, partito alla ricerca del Dio insieme a Eboshi e la maggior parte dei soldati. Decide quindi di informare dell'attacco la signora, allo scopo di distoglierla dalla missione, salvando
così il Dio della Foresta, San e l'intera città. Nel cercare Eboshi, giunge al campo dove si sono scontrati gli umani e i cinghiali: l'unico sopravvissuto del clan, ma gravemente ferito, è lo spirito-cinghiale Okoto, che sta cercando di raggiungere il Dio della Foresta insieme a Mononoke e i suoi fratelli lupi per chiedergli guarigione; sopraffatto dal rancore verso gli umani, tuttavia, comincia a mutarsi in un demone, inglobando Mononoke.
Giunti allo stagno del Dio della Foresta, la dea-lupa Mau, anch'essa gravemente ferita da un'arma da fuoco, con le ultime forze strappa San a Okoto e la consegna ad Ashitaka, che si getta nel lago tenendola tra le braccia per eliminare il fluido demoniaco di cui è ricoperta.

"Conservavo le ultime forze per quella donna. Libera mia figlia, demone!"

 Il Dio fa la sua apparizione e dà una morte serena a Okoto e Mau, terminando le loro agonie.



La signora Eboshi, arrivata sul posto, riesce a mozzare la testa del dio con un colpo di archibugio e Jiko la fa mettere al sicuro dai suoi uomini in un contenitore; il resto del corpo del dio inizia a espandersi e nella ricerca della sua testa uccide ogni forma di vita che tocca. La testa della dea-lupa Mau, staccatasi dal corpo, riesce con un ultimo impeto di furia a mozzare il braccio destro di Eboshi, ottenendo finalmente la sua vendetta sulla donna.


"La testa del lupo morde anche se mozzata!"


Dopo aver bendato la ferita della signora, Ashitaka convince San ad aiutarlo nel tentativo di recuperare la testa del Dio, il cui corpo nel frattempo raggiunge la Città del Ferro. I samurai accampati fuori si danno alla fuga e una parte dei cittadini riesce a salvarsi rifugiandosi in mezzo al lago, dove il Dio sembra non poter arrivare. Dopo aver convinto Jiko a rendere loro la testa, lui e San la alzano al cielo insieme rendendola al Dio (con questo movimento la maledizione di Ashitaka inizia ad espandersi con una grande velocità, infettando anche Mononoke), ed esso cade in acqua apparentemente senza vita. Il male che aveva invaso la valle svanisce e nelle zone colpite dalla distruzione ricresce la vegetazione; anche il maleficio che aveva colpito Ashitaka e Mononke scompare dai loro corpi.
San, quindi, dichiara che non potendo perdonare gli umani continuerà a vivere nella foresta, insieme ai lupi; Ashitaka le dichiara a sua volta che lui le rimarrà comunque accanto, vivendo nella Città del Ferro, e che i due si incontreranno di nuovo in futuro, nella foresta. La signora Eboshi chiede di vedere Ashitaka per ringraziarlo e afferma di voler costruire una città migliore.





*Spoiler mode off*
E va be', che vi devo dire? È sicuramente più articolato e incasinato dei Classici, in autentico e puro stile giapponese, ma è un capolavoro. Devo dire che lo stile di Miyazaki è molto sparaflashante o almeno così ho notato anche in "La città incantata", ma per i giapponesofili come sono anche io, va benissimo. Certo, a mio padre, disneyano incallito ancora più di me, non è piaciuto per niente, ma d'altronde è uno stile a cui non siamo abituati e, appunto, non ha la poesia che hanno i grandi Classici e che sempre di più si sta perdendo anche negli stessi film d'animazione Disney. 
Sicuramente la rappresentazione dello scontro fra il progresso dell'uomo e la natura è resa in modo impeccabile e il messaggio che lancia è potente e prepotente.
Alla fine, quando Mononoke, disperata, constata che il dio della Foresta Shishigami è morto, Ashitaka risponde che la foresta stessa è Shishigami e che non è possibile ucciderlo. La Natura si riprende tutto ciò che le era stato portato via, con l'erba che ricopre tutto il campo di battaglia e i resti della città. Anche nella vita reale è così e laddove l'uomo distrugge la Natura ritorna prepotentemente a riprendersi ciò che le è stato portato via, anche se lentamente e in modo impercettibile. La speranza è che, alla fine, gli uomini imparino dai propri errori e imparino a convivere con "gli spiriti della foresta", senza spingersi oltre certi limiti, perché quando  la Natura viene uccisa ne deriva solo morte, per tutti.


Con questo post partecipo a:





lunedì 21 maggio 2018

Nuove norme sulla privacy. Help me!

Cari amici che io sia una informatico-negata non dovrebbe essere una novità, ma la novità è che sono cambiate le normative sulla privacy, che bisogna adeguarsi entro il 25 maggio, che devo adeguare tre blog (i miei più quello di mio padre) e un sito e che non solo non ho idea di come si faccia, ma non ho proprio la più pallida nozione in materia, per cui non so proprio di cosa si parla. 
Siccome, anche se ci sono poco, mi dispiacerebbe da morire chiudere i blog, ma se non li sistemo non ho molte altre alternative, chiedo agli amici più informatici di me (ed esserlo non è difficile) se esiste una "guida per analfabeti" che spieghi passo dopo passo cosa fare o come posso fare per sistemare il tutto.
Questa è un'autentica richiesta di aiuto! Help me, please!!!

sabato 14 aprile 2018

Crogiolandomi al sole

Non credo che esista peggior nemico dello studio di una bella giornata di sole, con il venticello fresco che accarezza il viso e il profumo di fiori di campo. Sono qui seduta in giardino (che attualmente sembra più una prateria, non avendo tagliato l'erba) nella pace più assoluta, rilassata, a mezze maniche, con una voglia indefinibile di sdraiarmi sull'erba e dormire. La primavera mi porta una pigrizia indescrivibile, ma sebbene la campagna sia immersa nel silenzio, in realtà intorno a me è tutta frenesia lavorativa. Non ci credete? Ve lo dimostro subito, ecco qui:






Eccole qui, le piccole instancabili lavoratrici. La società delle api andrebbe presa a esempio da quella umana: si lavora insieme per il bene comune e le decisioni si prendono all'unisono. 
Sapete come funziona un alveare? In breve c'è un'ape regina che viene accudita dalle altre api, le operaie, tutte femmine. L'ape regina è l'unica che depone le uova, mantenendo sterili le altre api tramite feromoni. Le operaie non sono tutte uguali. Per i primi 21 giorni dalla nascita lavorano intensamente all'interno dell'alveare. Appena nate si mettono subito a lavoro, così troviamo le api pulitrici, che mantengono pulito l'alveare; le nutrici, che sviluppano le ghiandole per la produzione di pappa reale; le produttrici di cera; le immagazzinatrici, che ricevono il cibo dalle bottinatrici, tramite la trofallassi; le guardiane, che volano davanti all'alveare per proteggerlo da incursioni esterne di altre api  (saccheggio) o di altri insetti potenzialmente pericolosi, come ad esempio i calabroni; le ventilatrici, che battendo le loro ali deidratano il miele e mantengono stabile la temperatura all'interno dell'alveare. In questa stagione vengono allevati i fuchi, ovvero i maschi, che nascono da uova aploidi e hanno il compito di fecondare la regina (e tralascierei quanto è complicato l'accoppiamento), che così depone uova per allevare altre operaie, fino a quando l'alveare diventa "troppo affollato" e la regina si prepara a sciamare. Per fare ciò lascia tutto pronto affinché la famiglia possa continuare senza di lei. Le api allevano nuove regine per sciamare e creare nuovi nuclei fino a quando,  diciamo così, la famiglia di partenza ha di nuovo abbastanza spazio. E quelle che hanno sciamato cosa fanno? Cariche di miele, si piazzano su un ramo o un punto che le aggrada e in ogni direzione partono le esploratrici, che quando trovano un posto idoneo per costruire il nuovo alveare tornano a chiamare le colleghe, così che altre esploratrici possano esaminarlo. Se piace la famiglia si trasferisce lì e se non piace si ricomincia finché non trovano un posto che piaccia a tutte o optino per restare nel punto in cui hanno sciamato. Io trovo che sia una cosa bellissima! E un'emozione indescrivibile è trovarsi nel bel mezzo di uno sciame di 10.000 o 20.000 api in volo. Niente paura! Le api che sciamano non sono aggressive, perché sono cariche di scorte alimentari. 
Allo stesso modo trovo incredibile che anche dei piccoli insetti come le api possano insegnarci ad avere cura dei più piccoli. Cosa voglio dire? Faccio un esempio:
Qualche giorno fa mia sorella mi ha chiesto aiuto per recuperare tre sciami delle sue api. Due li abbiamo presi senza problemi, mentre il terzo, che si era posato sul tronco principale di un pero selvatico, ci ha fatte impazzire. 



Non riuscivamo a prenderlo in nessun modo finché, dopo alcuni tentativi in cui le api tornavano imperterrite sul tronco, le è venuta in mente una cosa. Ha preso un telaino con covata fresca da un'altra famiglia e l'ha avvicinato agli insetti adulti che, dal tronco, hanno cominciato a trasferirsi sul telaino. Spostato questo nel portasciami, lo ha posizionato in modo accessibile allo sciame e in poco tempo tutte le api sono entrate iniziando ad accudire la covata. Nemmeno le api abbandonano i cuccioli, anche se sono di un'altra famiglia. 



Certo, nella società delle api ci sono anche lati molto meno romantici, come il fatto di smettere di nutrire e lasciar morire di fame la regina quando non la ritengono più adeguata o il fatto che, al di fuori del periodo della sciamatura, la prima regina che nasce uccida tutte le altre  (infatti questa è l'unica tipologia di ape ad avere il pungiglione liscio, come quello delle vespe), ma anche questo gli occorre per mantenere in piedi le loro famiglie, con le quali sono praticamente un unico organismo. In ogni caso si tratta di insetti importantissimi, poiché sono fra i principali impollinatori delle piante e l'impollinazione è alla base della riproduzione vegetale. Circa il 75% della produzione agricola necessaria per l'alimentazione dipende in parte da questo delicato processo (fonte todai.it). In pratica i vegetali che coltiviamo esistono anche grazie alle api, che ne favoriscono la riproduzione, trasportando il polline di fiore in fiore, imbrattando con questo la loro soffice peluria e passando da uno all'altro. E voi dovreste vedere quanto sono buffe le api bottinatrici quando svolazzano con le "sacche" che hanno nelle zampe posteriori (corbicula) carichi di polline e miele, che poi vanno a depositare ordinatamente nelle cellette dei favi (il polline) o consegnano a altre api per farci il miele (il nettare).  Le bottinatrici però raccolgono anche propoli e acqua. Osservando le api nell'arnia si potranno notare alcune api che "ballano", muovendo il posteriore in modo ben preciso. Quel movimento serve a comunicare alle altre bottinatrici, a che distanza e in che direzione possano trovare grandi scorte di polline, nettare, propoli o l'acqua.

Le api ci forniscono miele, propoli, pappa reale e cera, ma la loro importanza principale, per l'uomo e non solo, dipende da ben altro: la campagna, la montagna, la collina, le dune costiere sono ricche di flora che non potrebbe esistere senza gli impollinatori e senza le piante non potrebbero esistere nemmeno gli animali, uomo compreso. In alcune aree del mondo, dove a causa dell'impatto umano (pesticidi, agricoltura intensiva, cambiamenti climatici, importazione accidentale di parassiti e malattie, ecc.) gli insetti impollinatori sono scomparsi o quasi, gli uomini devono effettuare l'impollinazione artificiale, poiché la mancanza di queste creature vuol dire carenza di cibo. Personalmente mi auguro di cuore che non diventi il mestiere del futuro.
Purtroppo l'uomo (volutamente scritto in piccolo) ha l'abitudine di chiudere il recinto solo dopo la fuga dei buoi, tuttavia, una volta fatto il danno non è detto che sia sempre possibile rimediare.
Le piante ci danno ossigeno, assorbono anidride carbonica, ci danno cibo, abbassano la temperatura, trattengono il terreno evitando il dilavamento e rendono più bello e colorato il mondo (e anche un po' pruriginoso per gli allergici, ma dai, possiamo farcela); le api e gli altri impollinatori permettono che le piante proliferino, e con esse la vita, al prezzo di un po' di nettare. In fondo non mi pare  uno scambio disonesto.


venerdì 23 marzo 2018

Riciclo creativo: lanternine con vasetti di vetro

Che io sia masochista non è una novità, ma a questo si è aggiunto il sadismo degli altri volontari WWF che in quanto a idee autolesioniste, devo dire, non scherzano. Il tema di Earth hour quest'anno era la pedalata ecologica ma,  come ho già detto qui, Catanzaro è tutta salita e discesa e le biciclette probabilmente ce le avrebbero servite per cena. Dovendo trovare un'idea alternativa ho chiesto al gruppo di spremere le meningi per farsi venire in mente qualcosa e di proporre qualsiasi cosa gli venisse in mente. Boccaccia mia!
La trovata giusta ce l'ha avuta una new entry del gruppo, giovane e (ringraziando il Signore grande) entusiasta e attiva: "facciamo una fiaccolata e facciamo noi le lanterne riciclando i vasetti di vetro". Andata! L'idea mi è piaciuta da morire, in fin dei conti di vasetti vuoti ne avevo un sacco  (non li ho contati, ma penso che fossero almeno una sessantina) e altri li avremmo potuti recuperare dagli amici. Il risultato? Sono le 2:47 del 23 marzo, mi è passato il sonno è fino a un quarto d'ora fa cercavo di inventarmi qualcosa per utilizzare i pochi materiali rimasti dopo aver riciclato praticamente di tutto, a partire dai legacci delle provole  (il mistero del motivo per cui mia madre li abbia conservati non avrà mai una risposta certa) ai pendagli dei cuscini del salotto staccati dai nipotini nel corso degli anni  (non sto scherzando). 

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla mia pazzia, alle 2:20 del mattino mettevo cravatte ai vasetti.


Come avrete capito, in casa mia non si butta nulla, salvo quando ci vengono i raptus da mancanza di spazio. Sono quattro anni che riciclo gli stessi nastri da regalo (ovviamente fra parenti) e quando ci riesco anche la carta stessa, eppure nella maggior parte dei casi conserviamo tutto e resta lì nei secoli a venire in attesa che il bisnonno dello zio d'America ci venga in sogno per indirizzarci sul corretto modo di riutilizzare questo e quello;  peccato che noi non abbiamo nessuno zio d'America.

Be', in questo caso l'ispirazione è arrivata, non in sogno ma tramite Whatsapp.
Ciò che ora sto cercando di fare è incentivare chi è interessato a partecipare all'Earth hour a costruirsi le lanterne da solo, in modo da incentivare il riciclo. Non è difficile, ci vuole solo un pochino di manualità, nemmeno tanta, e gli attrezzi giusti; qualche minuto di tempo e potremo godere dello spettacolo del cielo notturno, illuminati solo dalla tenue luce delle candele.



Ci sono due metodi possibili: con l'impalcatura in fil di ferro o solo con i lacci. Io uso il primo.
Prima di tutto prendo le misure del fil di ferro lungo la circonferenza del margine superiore  del vasetto, tagliandolo un centimetro più lungo. Poi taglio il secondo pezzo di fil di ferro, più lungo, per fare il manico della lanterna. Con l'aiuto di una pinza piego le due estremità del filo e le "avvito" per formare l'occhiello in cui far passare il sostegno da agganciare al vasetto.


Una volta pronti entrambi, faccio passare all'interno di uno dei due ganci un'estremità dello spago o del nastro con cui voglio decorare il manico e, fermandolo, attorciglio il materiale per tutta la lunghezza del fil di ferro, fino a inserire l'altra estremità nel secondo occhiello.



Fatto ciò, prendo il primo pezzo di fil di ferro che ho tagliato, quello che voglio usare come sostegno intorno al vasetto, e lo inserisco nelle due estremità del manico. 


Una volta preparata l'impalcatura, la applico al vasetto di vetro, sempre con l'ausilio della pinza, stringendo quanto basta perché il tutto sia ben fermo e tagliando il fil di ferro in eccesso.



A questo punto prendo il nastro, lo spago o il tessuto con cui ho deciso di decorare il vasetto e lo applico intorno al bordo superiore, fissandolo in modo da coprire l'impalcatura.
Trattandosi di riciclo creativo cerco di adattarmi con quello che ho a disposizione a casa, in questo caso un nastro di stoffa, per niente facile da fissare (e infatti è venuto una porcheria, ma ve lo faccio vedere ugualmente, così saprete da subito cosa non fare).

Giuro che dal vivo non è così brutto!


Se il risultato è soddisfacente non resta che inserire la candela e il gioco è fatto.
Per decorare questi vasetti l'unico limite è la fantasia. Se si hanno i materiali e il tempo a disposizione si possono fare davvero cose carine. Io ne ho fatti di vario tipo, alcuni secondo me ben riusciti, altri un po' meno. Ho provato anche con la carta di un vecchio "Panda", la rivista del WWF, che conservavo in attesa di riciclarlo. Il risultato non è entusiasmante, ma secondo me lavorandoci e applicandocisi un pochino, anche in questo caso possono venir fuori cose carine.


Se aderite a qualche Earth hour in giro, perché non portare la vostra lanternina fai da te? Aspetto di vederle, ma nel frattempo, spegnete le luci.
#connect2earth

giovedì 15 marzo 2018

Earth hour 2018

Sapete cos'è l'Earth hour? Letteralmente è "l'ora della terra", ovvero un evento a livello mondiale che si svolge in tutto il mondo e, laddove sia possibile, nello stesso preciso momento. Consiste nello spegnimento, per 60 minuti esatti  (ma se poi uno vuole prolungare ben venga) di tutte le luci di case, giardini, piazze e monumenti importanti in tutto il pianeta, ma soprattutto consiste in un segnale. È un gesto simbolico per la lotta ai cambiamenti climatici e per la riduzione dei gas serra; lo scopo è quello di accentuare l'attenzione sull'importanza di affrontare questi temi. C'è chi dice che effettivamente funzioni, abbassando notevolmente le emissioni prodotte in quell'ora, c'è chi dice che non funzioni, fattosta che il gesto è importante e che pur se riducesse le emissioni di anidride carbonica solo del 2% in quell'ora, comunque sarebbe sempre più di niente.




Quest'anno in Italia si svolgerà sabato 24 marzo dalle 20:30 alle 21:30. In quell'orario siete tutti a cena? Meglio! Una bella cenetta a lume di candela con tutta la famiglia o, dove fa freddo (quindi qui decisamente no visto che siamo già in maniche corte), davanti al caminetto. Ma, ancora meglio, invece di stare in casa partecipate alle manifestazioni nella vostra città: nella sezione apposita del sito dell'Earth hour trovate la mappa con gli eventi in Italia.
L'evento principale, quello organizzato a Roma, sarà una biciclettata; gli altri Comuni possono aderire al tema o meno. A me sarebbe piaciuto molto, ma Catanzaro è tutta salite e discese e le biciclette ce le avrebbero tirate in testa, per cui abbiamo ripiegato su visite guidate a piedi della fauna e della flora del parco, un breve intervento sui cambiamenti climatici (che tocca a me), un gruppo storico che si esibirà con sbandieratori, giocolieri e mangiafuoco e una fiaccolata nel parco con le lanterne fatte utilizzando vasetti di vetro (di marmellate, conserve, ecc.) riciclati, il che farà sì che le lanterne siano diverse fra loro, ma almeno evitiamo che vengano buttati i recipienti. Dovremmo allestire anche un banchetto con qualche gadget (chi mi segue su G+ forse ha visto le foto di qualche esperimento).
Grazie all'interesse dell'Amministrazione Provinciale, che già in passato ha aderito all'iniziativa, alle 20:30 tutte le luci del Parco della Biodiversità mediterranea verranno spente e accenderemo le candele. È il primo evento che organizzo per il WWF e sono terrorizzata ed eccitata allo stesso tempo.  Il tutto dovrebbe essere molto suggestivo e non vedo l'ora di vederlo in atto. E voi, non siete curiosi? Noi "del panda" vi aspettiamo in tutta Italia per spegnere le luci insieme, per il nostro pianeta; non mancate! #connect2earth

lunedì 5 marzo 2018

Medicina veterinaria che non c'è

In attesa dei risultati elettorali riprendo in mano il blog per spiegarvi quella famosa crisi universitaria che vi ho accennato. Ora, premetto che se sono fuori corso la colpa non è tutta di questa situazione assurda, ma anche della mia scarsa voglia di studiare,  di varie situazioni personali, nonché dell'anno perso durante il servizio civile. Quell'anno smisi di seguire i corsi e sostenni pochissimi esami. Ero già all'università da tre anni e con un cambio di facoltà alle spalle, ma non aveva senso seguire i corsi a metà, visto che medicina veterinaria ha l'obbligo di frequenza; "recupererò l'anno prossimo", mi dissi. Non potevo certo immaginare che al mio ritorno non avrei più trovato il CDL, sospeso perché l'ateneo non aveva voluto mettersi in regola con alcune condizioni previste per Medicina Veterinaria (dicono). Comunque non è del tutto vero che la questione passò nell'indifferenza generale, come scritto qui sotto, qualcuno disse la sua


Da quel momento in poi, in ogni caso, è stato un crescendo di situazioni assurde e paradossali.
Medicina Veterinaria, che da noi era un Corso di laurea e non una Facoltà, come già detto ha l'obbligo di frequenza, ma i corsi iniziarono ad essere soppressi dal primo all'ultimo, anno per anno (il primo un anno, il secondo il successivo e via discorrendo). E chi non riuscì a superare quello a cui era iscritto? Per non perdere i corsi seguì comunque quelli degli anni avanti, pur non potendo burocraticamente e non avendo le basi necessarie per capirci qualcosa (pensate che vuol dire seguire le lezioni di anatomia patologica senza aver prima studiato anatomia e patologia generale).
Per non rischiare di trovarci nei guai dopo, alcuni di noi inviarono una richiesta scritta perché venissero convalidate le frequenze in ogni caso e per poter successivamente sostenere gli esami e il tirocinio; in caso contrario chiedevamo che ci venissero riattivati i corsi (ahahah). Tutto tacque. Due anni dopo venimmo a sapere, per via ufficiosa, manco ufficiale, che eravamo stati autorizzati, con una delibera mai comunicata, anche a seguire il tirocinio del V anno. E chi non aveva scritto e aveva frequentato i corsi mentre era ancora iscritto al IV? Secondo loro avrebbe anche potuto attaccarsi al tram, ma fortunatamente, con l'intercessione di un docente in particolare e il movimento di alcune studentesse particolarmente arrabbiate, la cosa si risolse diversamente.
Questa, però, è solo una delle assurdità; una delle ultime. 
Intanto c'è da dire che, per buona parte, la colpa di ciò che si è verificato è di noi studenti che siamo stati a guardare per troppo tempo. Qualcuno si mosse all'inizio, quando io ero impegnata con il servizio civile, in modo poco convinto, ma siamo sempre stati quattro gatti all'università (considerate che quando i posti erano "tanti" si entrava in 25; l'anno che ho superato i test io, se non ricordo male, c'erano 11 posti, o forse  15, ma sempre pochissimi). Alla fine, quando rimanemmo senza corsi, senza tutorati, senza docenti e senza esami, ci girarono un po' i "crediti formativi" e decidemmo di cominciare a muoverci in modo un pochino più convinto. Sì, sì, avete capito benissimo: senza docenti e senza esami. I primi, siccome il nostro corso di laurea dipendeva da Napoli e la maggior parte venivano da lì, ad un certo punto si videro scadere i contratti e buona parte smise di venire dall'ateneo campano (se non come gentile concessione verso noi studenti disperati, per pietà, per senso di responsabilità o per non vedersi più la casella email intasata); i secondi, non essendoci i docenti, o venivano fissati tardissimo con commissioni di altri professori (tipo esami fissati per la settimana successiva, quando la sessione era già iniziata da giorni) o, se non c'erano sostituiti, non venivano proprio fissati. Ovviamente lo scadere dei contratti dei docenti non creava solo problemi per gli esami, ma anche per la tesi di laurea: io, per esempio,  vorrei tanto farla con il professore di patologia aviare come relatore, ma non posso perché gli è scaduto il contratto.
Ah, dimenticavo: fra le cose che non avevamo più c'erano pure le aule. Non posso scordare un episodio che tutt'oggi mi fa salire il sangue al cervello: un bel giorno, mentre facevamo lezione di fisiologia veterinaria, iniziata da mezz'ora, bussarono alla porta dell'aula. Era un professore di medicina, con la sua classe, che ci chiese per quanto ne avessimo. Il nostro docente gli rispose che non avremmo finito prima di un paio d'ore e quell'altro, non so dire se arrogante o imbarazzato, disse che l'aula gli serviva perché era stata assegnata a loro, perché quella di medicina era stata occupata per una conferenza e quindi gli avevano dato la nostra. Io non mi sarei mossa nemmeno sotto tortura, ma decidemmo di andare in massa dall'allora manager didattica (che dire "segretaria" suona brutto). Questa brava donna ci disse che non si trattava di discriminazione, ma se a medicina serviva la nostra aula dovevamo alzarci e lasciargliela. Ho ancora impressa la faccia attonita del Professore, che rimase interdetto, senza avere la forza di rispondere. Io, dal canto mio, non so come mi sono trattenuta, verbalmente e fisicamente; probabilmente fu perché non ero all'interno del suo ufficio, ma ancora oggi, pensandoci, mi prudono le mani. Purtroppo il docente era troppo buono, un pezzo di pane che non meritava assolutamente questo trattamento. Fosse stato un altro che ho in mente, la signorina starebbe ancora scappando, piangendo; ma probabilmente con lui non avrebbe osato.
Tralasciando questo episodio e tornando alla situazione del corso di laurea, che come avrete capito non era delle migliori, gli studenti, ovviamente, cominciarono a non essere esattamente felici della situazione.
Come succede sempre, si mosse attivamente solo una manciata di ragazzi e, in particolare, io e una mia collega che viviamo più vicine all'università e che avevamo deciso che se non ci fossimo laureate sarebbe stato solo perché ce l'avrebbero fatta pagare ("tanto non mi laureo lo stesso, tanto vale non farlo per aver creato problemi"); abbiamo rotto l'anima all'universo creato (dal manager al preside di facoltà; il rettore non ci ha mai ricevuti, né ha mai mostrato un particolare interesse per la situazione), tanto che ad un certo punto iniziarono strani suggerimenti da parte di alcuni docenti ad alcuni colleghi, che si spaventarono e smisero di agire. Già ci muovevamo in pochi, visto che gli altri, forse per paura, forse per pigrizia, "non erano interessati" (e ammetto che a questa risposta la voglia di sbatterli con la faccia al muro fu forte visto che poi si lamentavano per la situazione), poi rimanemmo in quattro gatti; quei quattro gatti da cui, quando qualche professore tentava l'approccio del consiglio "intimidatorio" e/o di farci ragionare e smettere di fare casino ("vi parlo come un padre"), si sentiva rispondere regolarmente a tono ("ce l'ho già un padre e vuole che mi laurei!").
Provai a spiegare in tutti i modi ai colleghi che se avessimo fatto casino avrebbero fatto di tutto per farci togliere dai piedi in fretta, ma il discorso lo recepirono solo in cinque, per cui ci muovemmo in sette (di cui una poi si è pure trasferita). Il risultato però fu che per un anno abbiamo avuto esami tutti i mesi, perché c'eravamo sempre noi a fare richieste per le sessioni straordinarie, tant'è che in 12 mesi, da giugno a giugno, riuscì a fare 10 esami. Come ci siamo stancate noi si è ritornati a fare solo le sessioni ordinarie (ma mica si può pensare di far fare casino per un intero corso di laurea a sei persone) e considerando che adesso siamo tutti in crisi, non ho nessuna intenzione di richiedere altre sessioni straordinarie, almeno per il momento.
Ad onore del vero, però, devo dire che non siamo state completamente sole, anzi: un'amica avvocato (e politica) ci aiutò a scrivere e ci mise in contatto con l'associazione studentesca dell'Ateneo di Reggio Calabria, i cui rappresentanti ci dimostrarono la loro solidarietà, e in seguito l'associazione degli studenti del nostro ateneo, i ragazzi della Rete universitaria nazionale (RUN), ci hanno veramente sostenuti e aiutati, mettendo in mezzo anche l'altra parte politica, con il consigliere regionale A. Bova, che si impegnò a cercare di risolvere la questione.
Mandammo decine di richieste scritte (all'ufficio protocollo ormai ci chiamano per nome), fatto una richiesta di accesso agli atti (caduta nel vuoto) e ci rendemmo anche disponibili a fare gli esami a Napoli, purché ce li facessero fare. Tutto tacque. Ogni tanto qualche docente cercava di tenerci buoni, ogni tanto il calendario degli esami sembrava uscire prima  (sempre con aggiornamenti imbarazzanti), ma la situazione, in sostanza, restava sempre la stessa.
Io e la mia collega più battagliera tentammo più e più volte di parlare con il Direttore Generale del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo, senza mai riuscire a superare lo sbarramento della sua segretaria, dapprima gentilissima e in seguito alquanto ostile. Insomma, dai vertici dell'ateneo la voglia di collaborare sembrò pari allo zero, ma, prima che potessimo arrivare dalla zelante segretaria con avvocato e carabinieri  (evidentemente sapendo che non ci sarebbe mancata la faccia per farlo), qualcuno mi telefonò per rassicurarci sul fatto che la situazione si sarebbe risolta a breve e dovevamo solo avere pazienza e pensare a studiare  (frase che mi fa salire l'isteria). In realtà si mosse ben poco ancora per un bel pezzo; un bel giorno, però, qualcuno fece uscire un articolo di giornale, subito ce ne fu un secondo e due studentesse furono invitate a parlare della situazione di medicina veterinaria alla radio dell'università. Magicamente, un paio di giorni prima della trasmissione radiofonica, il gruppetto di guerrafondai fu convocato in università e, più o meno, la situazione si risolse. Diciamo che andrebbero sempre presi tutti a cazzotti, che i docenti non sono quelli con cui abbiamo seguito i corsi, che i tutorati e le lezioni continuano a non esserci, che avere un programma è un'utopia, ma almeno dovremmo riuscire a laurearci. Il problema è che nel frattempo ci siamo stancati, inimicati alcuni docenti, alcuni hanno messo su famiglia e tutti abbiamo i nostri problemi, per cui abbiamo rallentato tutti quanti. Ovviamente non perdono occasione per farcelo notare, ma a trent'anni ci sta pure che una persona, ormai, abbia sue questioni personali e familiari da gestire. Non ci avessero fatto perdere tanto tempo e sprecare tante energie magari ci saremmo anche sbrigati prima. Arrivare a portarsi un avvocato come testimone per un esame, penso sia la sintesi perfetta dello stato di stress e rabbia che ci hanno fatto raggiungere.
La parte più bella è che oltre a pagare le tasse, che ovviamente aumentano e per i fuori corso sono maggiorate di una notevole percentuale, paghiamo pure 140€ di tassa per il diritto allo studio. A me questa pare sempre di più una presa in giro!
Qualcuno comunque continua a parlarne e chissà che un giorno non si riesca a far riaprire la facoltà di medicina veterinaria in una regione a prevalente attività zootecnica come la nostra.  Intanto è bene che questo scempio si sappia e non venga dimenticato, anche perché, chi di dovere, dovrebbe vergognarsi di guardarsi allo specchio.
In ogni caso spero che i vertici non pensino che sia finita qui, perché non è così: ci stiamo solo riposando, pronti a ripartire se le cose dovessero peggiorare ulteriormente.